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Venerdì 03/07/2026
a cura di AteneoWeb S.r.l.

I numeri chiave per guidare la PMI – L'arte di creare ricchezza: il valore aggiunto come motore della PMI

Troppo spesso l'imprenditore italiano si focalizza sul fatturato, dimenticando che vendere molto non significa necessariamente produrre ricchezza. Il valore aggiunto è il KPI che misura quanto l'azienda "aggiunge" alle materie prime e ai servizi acquistati all'esterno grazie al proprio processo produttivo, alla tecnologia e alle competenze delle persone.

Per una PMI, questo indicatore è il vero cuore della redditività: rappresenta la capacità di trasformare input anonimi in output distintivi apprezzati dal mercato. Monitorarlo significa capire se l'azienda sta creando valore reale o se è un semplice passamano di costi tra fornitori e clienti.

Cos'è e come si calcola



Il valore aggiunto si ottiene sottraendo al valore della produzione i costi per materie prime, servizi e godimento beni di terzi. La formula semplificata è:

valore aggiunto = (voce A del conto economico) - (voci B6, B7, B8 del conto economico)

In pratica, si prendono i ricavi totali e si tolgono i costi esterni (acquisto merci, bollette, consulenze, affitti). I dati si trovano integralmente nel conto economico civilistico. Ciò che resta è la ricchezza che l'azienda ha generato internamente e che servirà per pagare il personale (voce B9), le tasse, gli oneri finanziari e, infine, generare l'utile per i soci. È un indicatore di quanto l'impresa sia "verticalizzata" e capace di nobilitare i fattori produttivi.

L'interpretazione del risultato



Un valore aggiunto elevato rispetto al fatturato (generalmente sopra il 30-40% nelle aziende manifatturiere) indica un'azienda con un forte know-how interno o un brand riconosciuto che permette di applicare prezzi premium. Se il rapporto tra valore aggiunto e fatturato diminuisce nel tempo, è un segnale d'allarme: i fornitori stanno erodendo i margini o l'azienda sta perdendo potere contrattuale verso i clienti.

 Un benchmark utile è il "valore aggiunto per dipendente": se questo dato è inferiore alla media di settore, significa che l'organizzazione è inefficiente o che il personale non è supportato da tecnologie adeguate.

Perché è strategico per la tua PMI



Per un imprenditore, il valore aggiunto è la chiave per le decisioni di "make or buy": conviene produrre internamente un componente o acquistarlo già fatto? 

Analizzando il valore aggiunto, si può decidere se investire in un nuovo macchinario per internalizzare una fase produttiva, aumentando così la ricchezza trattenuta in azienda. Inoltre, è un parametro fondamentale per negoziare con i sindacati e per impostare premi di produzione legati all'efficienza reale. 

Le banche lo utilizzano per valutare la resilienza operativa: un'azienda che genera alto valore aggiunto è meno vulnerabile ai rincari delle materie prime, avendo più "spazio" per assorbire gli shock esterni.

Un esempio pratico



La “Calzature Toscane Srl” produce scarpe di lusso. Nel 2025 ha ricavi per 5 milioni di euro. I costi per pellami e servizi esterni ammontano a 3 milioni. Il valore aggiunto è di 2 milioni (40% del fatturato). 

L'imprenditore nota che una ditta concorrente, pur fatturando meno, ha un valore aggiunto del 55% perché realizza internamente le cuciture a mano invece di esternalizzarle. 

Decidendo di acquistare macchinari per il taglio laser e assumere due artigiani, la Calzature Toscane punta a portare il proprio valore aggiunto al 50% entro l'anno successivo, riducendo la dipendenza dai fornitori.

Conclusione e azioni chiave



Il valore aggiunto misura la sostanza del tuo business. Per migliorarlo, dovresti:
  • calcolare l'incidenza del valore aggiunto sul fatturato e monitorarne il trend mensile.
  • confrontare il valore aggiunto per dipendente con i parametri della tua associazione di categoria.
  • valutare progetti di internalizzazione per le fasi a più alto contenuto tecnologico.
Dott. Francesco Monaco
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